I loro movimenti sono sottili. Spesso per noi impercettibilmente, i petali e i viticci si dispiegano su scale temporali multiple. Quanto dura un minuto per la foglia di una passiflora? Non dura in eterno la dolcezza dell’estate per i pistilli di una zinnia titillati da un bombo? Così lontane e remote, eppure così vicine e vividamente presenti; sotto le loro foglie, nei grovigli dei rami, attraverso l’intreccio delle radici, in modi che non possono e non intendono dirci, le piante sentono.
Molto più di noi, le piante sono coinvolte nell’intimo di un dialogo cosmico. Quando un miliardo e mezzo d’anni fa è cominciata la nostra comune storia evolutiva, la divisione degli eucarioti in piante, funghi e animali ha indotto un’alterazione fondamentale nel rapporto tra gli organismi viventi e il suolo. Le piante e i funghi hanno scelto di rimaner vicini all’umida ricchezza della materia organica in decomposizione e di ancorarvisi. Gli animali hanno scelto la mobilità. Volano e s’involano, spinti da incontenibili pulsioni. Sempre alla ricerca di qualcosa di più o di meglio, si legano alla terra solo con un senso di interessata parzialità, andando e venendo, a volte senza mai tornare. Le piante hanno scelto altrimenti.
Nel loro sodalizio con la terra, le piante non fanno compromessi. O tutto o niente: profondamente radicate dove sono germogliati i semi, condannate a trarre il massimo dalle circostanze, le piante resistono e alimentano una resilienza che dovremmo ammirare e sforzarci di acquisire. È la loro tenacia che modella i corpi vegetali in modi così unici. Il vento, la pioggia, la grandine, il gelo, il sole cocente, il fuoco; il continuo rosicchiare e ruminare; la falciatura. Finché un corpo vegetale avrà vita a sufficienza, ricrescerà, proprio lì, nello stesso punto che conosce così bene, così profondamente. Il suo corpo sarà diverso. La sua struttura e la sua forma, un poema, irripetibile, scritto dal tempo, ancora e ancora.
Di tutte le famiglie di piante, i cactus sono fra i più criptici. Le spine sono molto meno espressive delle foglie. La rigidità dei loro corpi raramente tradisce un qualsiasi indizio di ciò che la pianta sta sentendo o necessitando o desiderando, finché non è troppo tardi. Fra tutte le piante, i cactus sono forse le più stoiche. La loro resistenza è innegabile e raramente eguagliata. Molte specie di cactus sono in grado di resistere alle condizioni più difficili, dal caldo torrido dei deserti americani al gelo e al vento delle Grandi Pianure.
L’enigmatica presenza dei cactus è in qualche modo sfuggita all’approfondito esame che filosofi delle piante come Michael Marder ed Emanuele Coccia2 hanno riservato ad altre specie. I cactus potrebbero infatti risultare troppo criptici, forse troppo simili a oggetti per una filosofia dell’essere vegetale che mira soprattutto a mettere in evidenza la capacità di sentire e comprendere ed agire delle piante. I cactus resistono anche a questo tipo di indagine, ponendo forse una sfida ancora più affascinante, invitandoci ad ampliare il modo in cui pensiamo alle piante e al nostro rapporto con esse.
L’arte riesce sovente dove la filosofia fallisce, o perlomeno raggiunge territori che la filosofia non ha ancora esplorato. Dopotutto, se affrontata in un certo modo, la pittura può essere un formidabile strumento filosofico, come è stato dimostrato più volte da artisti audaci come René Magritte, Frida Kahlo, Kerry James Marshal, Lucian Freud. La grande pittura non riproduce mai semplicemente la realtà così come la vediamo, né la crea ex novo: la riconfigura, a volte in modo sottile, e si spinge al di sotto delle apparenze per mostrarci la realtà in modi che non abbiamo mai preso prima in considerazione. La pittura può essere un incontro capace di giungere lontano e in profondità, al di là delle superfici e della banalità del quotidiano. Getta luce dove il linguaggio non riesce a vedere. Sono riconducibili a questo filone i grandi dipinti di cactus dell’artista sudcoreano Lee Kwang-Ho. Alti fin quasi tre metri, più grandi del vero, i dipinti iperrealisti di Lee sono veri e propri ritratti della gloria succulenta. Attraverso l’ingrandimento e la dedizione ai dettagli, il pittore cattura le minuzie che rendono ogni cactus un individuo a sé stante. La decisione di Lee di ritagliare l’immagine in modo che sia visibile solo la parte superiore del corpo delle piante e di incorniciarle, come si farebbe con un busto umano, accentua una sottile tensione antropomorfa che non si allontana mai troppo dal vero carattere della pianta. Per definizione, nella storia dell’arte occidentale il ritratto è stato concepito come un genere esclusivamente umano. Dalle maschere funerarie egizie agli imperatori romani, ai re ed alle regine, ed in generale agli aristocratici, il ritratto ha rappresentato la chiave dell’identità di una persona.3 Lungo la storia dell’arte, i ritratti più riusciti sono quelli che catturano un dettaglio vivace: un barlume dell’animo del soggetto. Un ritratto degno di questo nome emerge dai dettagli singolari in cui è racchiusa l’individualità del soggetto e dalla capacità dell’artista di portarli alla superficie del visibile: l’arcata sopracciliare, il caratteristico arricciarsi delle labbra, un luccichio negli occhi. Ma forse la cosa più importante è che i ritratti riguardano i volti. Quindi, per definizione, i soggetti non umani sono per la maggior parte esclusi.
L’individualità e l’anima sono intimamente legate. Dal momento che, secondo la filosofia occidentale e le principali religioni, gli animali e le piante non hanno anima,4 non possono nemmeno essere realmente ritratti nel senso in cui può esserlo una persona: esistono solo a livello superficiale e il presupposto è che non ci sia nulla al di sotto che l’artista possa estrapolare o distillare.5 Gli animali domestici sono un’eccezione, naturalmente. Famoso per i suoi dipinti di cavalli e cani, Edwin Henry Landseer divenne il ritrattista ufficiale delle bestiole della regina Vittoria. I suoi dipinti dei cani della regina, Dash, Hector e Nero, trasformarono il Regno Unito in una Nazione di amanti degli animali da compagnia. Spesso dipinti con un sottile accenno di umanità, nei quadri di Landseer i cani della Regina Vittoria sono sempre ed inequivocabilmente degl’individui.6
L’individualità degli animali domestici emerge da molti fattori: la nostra vicinanza quotidiana e la manifestazione ricorrente di desideri e paure. Il carattere individuale di una pianta è forse legato indissolubilmente al tempo che dedichiamo a guardarla? E non dovremmo allora guardarla più intensamente? Se guardassimo un cactus abbastanza a fondo, non per trovare la bellezza nel senso classico del giardinaggio ma per discernere i tratti che rendono la pianta unica, cosa potremmo imparare?
I dipinti di Lee ci invitano a scoprire l’identità e il carattere dei cactus: l’elevata concentrazione, l’inesausta attenzione per il dettaglio, l’enfasi sulle sfumature e le idiosincrasie ci ricordano che la maggior parte dell’identità di una pianta è superficiale. Non perché sia banale, ma perché materialmente risiede sulla superficie di foglie, petali e rami. Per percepirla dobbiamo riorientare il nostro sguardo e la nostra attenzione. Sebbene tutte le piante siano soggette a danni, non tutte portano le cicatrici dei traumi con la stessa fierezza dei cactus. La loro determinazione a evitare il contatto con l’uomo e gli altri animali è ben fondata: la costituzione carnosa dei cactus è tenera. Solo i saguari, le opuntie e le euforbie più grandi si rivestono di corteccia, e solo quando raggiungono la maturità, sovente dopo un centinaio di anni. I cactus cicatrizzano facilmente. Il loro tessuto molle si indurisce dove la ferita si rimargina. Si asciuga, spesso formando una crosta dorata o grigia che nella maggior parte dei casi non cade mai. Memoria perenne dei loro incontri col mondo, queste cicatrici sono marchi essenziali della loro identità. Lee registra fedelmente queste tracce di individualità nei suoi dipinti per sottolineare la singolarità di ogni cactus. Le cicatrici: prove di una vita vissuta che il capitalismo ci ha insegnato a rifiutare e celare.
Da molti anni Lee si concentra sulla poetica delle superfici. È piuttosto significativo che la serie Cacti sia emersa a metà degli anni Dieci di questo secolo, dopo anni di lavoro su un progetto intitolato Inter-view (2006).7 In questi dipinti, l’artista ha reso minuziosamente la pelle delle persone ritratte, con tutte le sfumature delle superfici e dei dettagli, per sottolineare la sua convinzione che l’identità è più di qualcosa che portiamo in profondità dentro di noi. Questo è vero specialmente nell’incontro con un estraneo o con qualcuno che non conosciamo bene o che forse, nel caso dei cactus, non possiamo conoscere meglio di così. Nascendo da queste basi filosofiche, la serie di cactus di Lee esplora ulteriormente questa contingenza spingendola alle conseguenze.
Le identità criptiche e altamente idiosincratiche dei cactus restringono la nostra larghezza di banda percettiva, emotiva ed etica per condurre a considerazioni più specifiche e sottili. Questa dedizione a vedere di più e più a fondo in ciò che a prima vista potrebbe sembrare un difetto irrilevante è profondamente radicata nella nozione coreana del “mak”: una predisposizione a impegnarsi con una certa concretezza, un rifiuto della perfezione, una celebrazione dell'umiltà, una predilezione per le irregolarità e le disomogeneità che a un’ispezione più approfondita possono rivelare una ricca risonanza emotiva.8 Queste qualità fanno parte di una nozione culturale più ampia secondo la quale qualcosa di significativo potrebbe manifestarsi nella mancanza di prescrizioni e confini; un onesto vuoto di pretese che trova la sua massima espressione nell'essenza del “bium”, una comprensione naturalistica dell'universo in cui il vuoto e il silenzio sono dimensioni confuciane essenziali attraverso le quali possiamo connetterci significativamente con il mondo. L'arte occidentale ha coltivato un rapporto molto difficile tanto con le imperfezioni quanto con il vuoto e il silenzio. Gran parte degli ultimi duemila anni di produzione artistica dimostra quanto siano stati importanti nell'arte la conservazione della bellezza e il perfezionamento della natura. L'horror vacui che pervade l'architettura e l'arte barocche era un passaggio dall'estetica sobria ed equilibrata del Rinascimento a uno stile più drammatico, emotivo e ornato, che mirava a travolgere i sensi e la mente dello spettatore. Pittori come Bosch, Bruegel e Duvet sfruttarono molto gli effetti spettacolari dell'horror vacui, e così anche Rubens e Tiepolo e gli architetti Borromini e Bernini.
Sebbene sia impossibile individuare con precisione la matrice culturale che ha dato origine all'horror vacui in Occidente durante il XVII secolo, è plausibile concepire il bisogno compulsivo di riempire lo spazio vuoto come una pratica di compensazione: un bisogno emotivo di nascondere una sorta di vuoto esistenziale e di disincanto nei confronti della vita stessa. Le sconsiderate pratiche colonialiste di sfruttamento, le guerre, la crescente discordia religiosa e governativa, la devastazione delle pandemie di fronte alla crescente conoscenza scientifica e all'alienazione instillata dalla rivoluzione industriale: il vuoto era allora associato alla negazione di Dio. Riempirlo era essenziale e confortante. È per questo motivo che gli artisti hanno iniziato a riempire il silenzio delle piante con la morale e i valori cristiani nelle nature morte.
Ci si potrebbe domandare se impegnarsi in queste oblique domande filosofiche sull'identità serva a qualcosa in un momento in cui le politiche identitarie sembrano più audacemente radicate in nozioni razziali e di genere che spesso appaiono immutabili o inevitabili.
È invece perché i dipinti di Lee si spingono contro queste cornici di riferimento culturali consolidate che possono permetterci di mettere a punto i nostri approcci all'identità per prevedere una gamma più sfumata di fattori che le discussioni attuali sembrano trascurare. In definitiva, i ritratti di cactus di Lee c'invitano ad abbracciare i segni distintivi e le imperfezioni che, in una cultura popolare ossessionata dalla perfezione e dall'impeccabilità, sono diventati sintomi di stortura, difetti e vergogna. È in questo contesto che i ritratti di Lee aprono uno spazio prezioso in cui possiamo iniziare a leggere le identità dei cactus. Il suo approccio filosofico alla pittura rispetta pienamente il silenzio vegetale, non imponendo mai la nostra voce alle piante e lasciando sempre emergere la loro vera identità attraverso un attento giuoco di irregolarità e imperfezioni racchiuse in quel silenzio che caratterizza l'essenza del loro essere.
Giovanni Aloi
traduzione di Pietro Mercogliano
Tutti i dipinti di questo articolo sono opera di Lee Kwang-Ho e compaiono per cortesia dell’artista e della Johyun Gallery di Seul.
BIBLIOGRAFIA
- Dan Torre, Cactus. Reaktion Books. 2017
- Michael Marder, Plant-Thinking: A Philosophy of Vegetal Life. New York, Columbia University Press 2013; Michael Marder, Grafts. Un. of Minnesota Press. 2016. E. Coccia, The Life of Plants. John Wiley & Sons. 2019.
- Susan Walker e M.L. Bierbrier, Ancient Faces: Mummy Portraits from Roman Egypt. British Museum Press, London 2020.
- George P. Klubertanz. Philosophy of human nature. Editions Scholasticae: Piscataway, Nj. 2014.
- René Descartes, Discours de la Méthode, 1637.
- Diana Donald, Picturing animals in Britain, 1750-1850. Yale University Press [For] The Paul Mellon Centre For Studies In British Art. 2007
- Jenny Zhang (2015, June 16), Interview: Vivid Details of Exotic Cacti Unexpectedly Come to Life in Hyperrealistic Paintings. My Modern Met. https://mymodernmet. com/kwang-ho-lee-touch-cacti/
- Byoungsoon Cho, Mak and bium: imperfection and emptiness in Korean aethetics. Architectural Review, 26 gennaio 2018. https://www.architectural-review. com/essays/mak-and-bium- imperfection-and-emptiness-in- korean-aethetics