La Roma scomposta di Panini

La Roma scomposta di Panini
Orhan Pamuk
Grand Tour della metaquadreria
Gianni Guadalupi

LA ROMA SCOMPOSTA DI PANINI

Orhan Pamuk

Varcare la soglia di un museo e osservare una o più opere con l’occhio curioso del non competente: è il compito che Orhan PAmuk assegna al signor PA, suo alter ego stilizzato, avatar creato sul modello del PAlomar di Italo Calvino. Lo vediamo, al secondo piano del Metropolitan Museum di New York, davanti a due tele di Giovanni PAolo PAnini, dove – quasi per un prematuro e inconsapevole impulso cubista – Roma è sottoposta a una scomposizione in vedute. A farlo indugiare è forse l’interesse per un antico artificio letterario: la mise en abyme (la storia nella storia, l’opera d’arte nell’opera d’arte).

Una volta alla settimana, il signor PA sce dalla sua casa di New York, e dopo una camminata di trentacinque minuti raggiunge la sua meta: il Metropolitan Museum of Art; lo fa per la smania di rivedere due quadri. Dopo essere entrato nel museo e aver presentato la sua tessera associativa, sale lentamente l'ampia scalinata semibuia, emozionato all'idea che stavolta potrebbe effettivamente arrivare a una comprensione più profonda dei due grandi dipinti a olio al piano di sopra (Galleria di vedute di Roma antica e Galleria di vedute di Roma moderna), che ancora non sente di aver compreso appieno.

Entrambi i dipinti sono del Panini (il cui nome completo era Giovanni Paolo Panini o Pannini). Al signor PA, che è uomo di lettere, è stato chiesto dall'editore di una rivista, incuriosito da questa sua attenta e reiterata osservazione dei dipinti, di scrivere un articolo in cui svelasse l'arcano del suo rapporto con loro. Il signor PA ha accettato l'offerta perché, nonostante sia professore di letteratura, ha sempre prediletto la pittura: in verità, avrebbe desiderato diventare pittore. Da venticinque anni, il signor PA, rammaricandosi di non essere un pittore, desidera avvicinarsi al mondo di pittori, artisti, curatori e direttori di musei. Per raggiungere i Panini al secondo piano del Metropolitan Museum, deve prima attraversare una saletta ricoperta su tutte e quattro le pareti da dipinti di Giambattista Tiepolo – e ogni volta ha come la sensazione che qualcosa di paradisiaco possa infondersi su di lui, come se piovesse dal cielo. Poi si siede davanti alla prima tela, Roma moderna (1757), e comincia a osservarla.

Mentre fissa immobile questo dipinto, che misura 172,1 x 233 cm, il signor PA fa del suo meglio per non pensare a nulla e lasciare che il suo sguardo vaghi liberamente. Come al solito, i suoi occhi iniziano a posarsi in rapida successione su ogni angolo del dipinto, come un cane che girovaga su un campo a lui familiare annusando gioiosamente ogni zolla. C'è la statua del Mosè di Michelangelo, l'opera che attira sempre per prima la sua attenzione. C'è Etienne François, conte di Stainville, che ha commissionato il dipinto a Panini, e c'è il David di Bernini. Dalla magnifica galleria d'arte contenuta nel dipinto gli occhi del signor PA si spostano sulle immense colonne che sostengono il peso artistico e spirituale della stanza e sull'arco che le sovrasta. Dopo essersi abituato alle opere d'arte raffigurate nell'opera d'arte, lo sguardo del signor PA ora si sofferma sul drappo rosso, il gigantesco tendaggio che pende come un sipario dall'arco al pavimento e fa da cornice all'intero dipinto (nella Roma antica, l'altro Panini - opera simmetrica esposta in questa stanza - quello stesso drappo è di colore blu). Stabilito così, con questo primo sguardo, che tutto nel museo e nel dipinto ha la giusta collocazione, il signor PA comincia a farsi le domande che si sente in dovere di porsi e alle quali, a ogni visita, trova nuove risposte. Perché ha preso l'abitudine di venire a vedere Roma moderna e Roma antica di Panini?

1. Come suggeriscono i nomi, i due dipinti catalogano i centoundici paesaggi più noti della Roma del 1757 (Roma moderna) e della Roma classica (Roma antica), sotto forma di dipinti nel dipinto. Il signor PA ama Roma, e le realistiche vedute romane offerte dalle due opere sono così ricche e variegate che i dettagli da notare sembrano non esaurirsi mai. Pensando puntualmente che ci possa essere qualcosa che non è riuscito a capire, a individuare, a riconoscere o a ricordare, riesce ad alzarsi e andarsene solo dopo aver deciso di ritornare a visitare il museo.

2. In questa sala del Metropolitan Museum c' è un sedile di fronte a ciascuno dei due dipinti. Il signor PA si siede sempre con piacere su queste due panche, poiché si lamenta che le grandi sale all'interno di questo enorme museo non siano dotate a sufficienza di posti dove sedersi a contemplare comodamente un dipinto. In effetti, il signor PA a volte pensa che ci sono molti dipinti che potrebbe guardare per ore se solo ci fosse una panca dove sedersi a osservarli. Nota che nessun'altra sala del museo dispone di due sedili affiancati, e gli piace pensare che coloro che hanno progettato le sale debbano aver voluto che i visitatori si sedessero e guardassero a lungo la Roma antica e la Roma moderna.

3. I visitatori del museo non sembrano essere a conoscenza dell'intento con cui i sedili sono stati disposti. La stragrande maggioranza delle persone che entrano in questa spaziosa galleria al secondo piano rallenta quando passa davanti al primo dipinto, ma quasi nessuno si siede. La maggior parte dei visitatori capisce che questo primo dipinto consiste essenzialmente in un catalogo di numerose belle vedute e monumenti della città di Roma, organizzato come una sorta di “raccolta di cartoline turistiche”. Alcuni accennano subito un sorriso, esternando il proprio apprezzamento per l'opera. Il talento di Panini consiste nell'aver collocato magnificamente questi singoli dipinti all'interno di un'enorme galleria d'arte immaginaria. Ma, a differenza del signor PA, la maggior parte dei visitatori che dimostra interesse per il dipinto in realtà non si ferma a esaminare ogni singolo paesaggio romano. Di solito proseguono senza soffermarsi troppo. 

Alcuni dei dipinti all'interno del dipinto sono incorniciati e appesi al muro, alcuni sono solo appoggiati, alcuni sono dipinti direttamente sulla parete, e altri sono modellati per adattarsi a una curva del muro o alla cupola con un’attenzione particolare alla prospettiva. Osservando questa ricchezza di immagini e di paesaggi, il visitatore nota subito l’uso della prospettiva, tecnica per cui Panini nutriva un vivo interesse e a cui rimandano infallibilmente sia l’intera galleria che ciascuno dei dipinti che la compongono. Panini era un maestro della prospettiva.

Quando ha iniziato a sedersi di fronte a questi dipinti, il signor PA pensava che le persone che vi passavano davanti senza dimostrare interesse per quelle opere d’arte probabilmente non conoscevano affatto Roma. Tuttavia, non dovrebbero interessarci anche vedute di città che non conosciamo?

Ma la vera domanda è: le persone visitano i musei per vedere cose che già conoscono o per scoprire qualcosa di completamente nuovo? C’è chi passa davanti ai quadri di Panini guardandoli con la coda dell’occhio mentre chiacchiera (e non a bassa voce), chi legge la targhetta per scoprire il nome dell’autore, e chi rallenta appena un po’ guardando il dipinto per qualche istante prima di proseguire. Dall’espressione del volto di chi si sofferma a leggere la didascalia senza riconoscerlo il signor PA capisce che Panini non è un pittore particolarmente noto. Il signor PA pensa tra sé che forse il motivo per cui ama questi dipinti è che passa così tanto tempo seduto lì, a osservarli. E a volte si sorprende a enumerare tutte le cose che lui e Panini hanno in comune.

1. Entrambi i loro cognomi iniziano con Pa.

2. Sia Panini che il signor PA hanno studiato architettura. Successivamente, il signor PA si è dedicato alla letteratura e si è pentito di non aver realizzato dipinti architettonici nello stile di Panini.

3. Come Panini, il signor PA è sempre stato affascinato dalla materia e dalla tecnica della prospettiva, sia alle scuole medie sia quando, in seguito, era uno studente di architettura. Il signor PA attribuisce il “successo” dei dipinti di Panini Roma antica e Roma moderna non solo al fascino delle vedute romane che raffigurano, ma anche alla capacità dell’artista di collocarle all’interno di queste grandi gallerie d’arte immaginarie rispettando perfettamente alle leggi della prospettiva.

4. In realtà, il signor PA, con i suoi libri e i suoi scritti, fa per Istanbul ciò che Panini ha fatto per Roma. In altre parole, racconta la storia di Istanbul vecchia e nuova (ma al signor PA piacerebbe credere che i suoi libri, a differenza dei dipinti di Panini, siano molto apprezzati per la sua abilità e creatività come scrittore, piuttosto che per le panoramiche di Istanbul).

5. Il signor PA è anche incuriosito dal fatto che Panini non si sia limitato solo a dipinti realistici di vedute romane, ma ne abbia creati anche di “immaginari”. Oltre alle vedute da cartolina che ritraggono i luoghi più famosi della città, si è divertito anche a mettere da parte i dettagli realistici per creare i cosiddetti Capricci, ovvero dipinti contenenti elementi fittizi e topografie immaginarie. A volte il signor PA si chiede cosa farebbe, cosa sceglierebbe di ritrarre, se iniziasse a fare quello che ha fatto Panini, a dipingere vedute immaginarie di Istanbul – creando, in altre parole, dei Capricci istanbulioti.

6. Come tutti gli studenti turchi sanno, sia Roma che Istanbul sono fondate su sette colli. Il sito Web del Metropolitan Museum contiene informazioni sui luoghi raffigurati in questi due dipinti. Ogni settimana, prima di recarsi al museo, il signor PA visita il sito Web dal suo computer di casa e ne scorre l’elenco. Non indugia molto sui luoghi più famosi come la Fontana di Trevi, il Pantheon, Piazza Farnese e la zona del Quirinale. Piuttosto si sofferma a lungo sui luoghi che il sito etichetta come “Luogo non identificato”. Come se stesse cercando di rievocare un ricordo, ora dimenticato, di un qualche suo vissuto nell’antica Roma. Soprattutto nel dipinto Roma antica, ci sono molti scorci di luoghi che rimangono “non identificati”. Questi luoghi sono davvero monumenti e piazze caduti nell’oblio, si chiede il signor PA, o sono paesaggi immaginari, Capricci inventati da Panini? È difficile vedere questi paesaggi nella loro completezza poiché alcuni dipinti sono appoggiati lateralmente alla parete, mentre altri sono parzialmente coperti da altri quadri o da oggetti superflui (vasi e fiori). Questo riconduce l’immaginazione del signor PA al rapporto tra luoghi reali dimenticati tra le pieghe della storia e la successiva creazione di luoghi immaginari. Il signor PA crede che il compito segreto dell’arte e della letteratura sia combinare il reale e il fittizio per alimentare l’apprezzamento per una realtà invisibile. Ripensando a questa convinzione, si chiede quale sia la realtà che gli ha fatto amare questi due grandi dipinti di Panini, e ammette a sé stesso che ciò che ama di più al mondo è perdersi tra le vedute cittadine. Mentre medita su questa convinzione, si chiede quale sia la realtà che le due grandi tele di Panini gli hanno fatto apprezzare, e ammette tra sé e sé che ciò che preferisce più d’ogni altra cosa è perdersi nel paesaggio di una città.

Come Panini, il signor PA avrebbe voluto scrivere nei suoi libri di quegli angoli della sua città (Istanbul) che la storia ha dimenticato, o che rischiano di essere dimenticati, salvandoli così dall’oblio. Ma ciò che ha incuriosito ancora di più il signor PA nelle ultime settimane è la sensazione di profondità che comincia a pervaderlo quando si siede di fronte a queste due grandi tele. Colpito da questa nuova emozione, che non ha provato nemmeno quando ha visto i due dipinti per la prima volta tanti anni fa, il signor PA si sente circondato non solo dalle centoundici vedute romane che Panini ritrae dipingendo dipinti nel dipinto, ma dalla città di Roma nel suo insieme. Questa sensazione fa sì che il signor PA senta la necessità di tornare a osservare quei quadri. Il signor PA decide di identificare il suo posto nella Roma antica e moderna – proprio come chi si orienta in una città – studiando questi dipinti nel dipinto e si rende conto che il modo migliore per farlo è studiare la mappa di Roma a casa prima della sua successiva visita al museo. E quando ci ritorna, mentre esamina beato ogni dipinto, riprende a fare una cosa che fa spesso: elenca i nomi di tutti i monumenti e degli antichi rioni romani, scoprendo in questi toponimi un sapore poetico. Dopo aver individuato, durante l’ultima visita, una piazza dimenticata che nemmeno gli esperti sono stati in grado di riconoscere, il signor PA decide che la sua vista per il momento è giunta al termine… E mentre è diretto a casa, gli attraversa la mente il vago pensiero che queste visite al museo suscitino in lui una sorta di soddisfazione, come se avesse contribuito anche se solo in parte alla creazione dei dipinti che ha appena ammirato.


Orhan Pamuk
traduzione di Barbara La Rosa
Orhan Pamuk è nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Tra i suoi libri, in Italia ricordiamo Istanbul, Il Museo dell’Innocenza, Il mio nome è Rosso e l’ultimo romanzo uscito Le notti della peste. Ai suoi taccuini scritti e illustrati Einaudi ha dedicato il volume Ricordi di montagne lontane e il Labirinto della Masone una mostra. È professore di Letterature comparate presso la Columbia University di New York.

GRAND TOUR DELLA METAQUADRERIA

Gianni Guadalupi

Non fosse morto a settantuno anni, ancora attivo e richiestissimo, forse Giovanni Paolo Panini avrebbe concepito e realizzato il sogno di ogni pittore: il quadro dei quadri, una metaquadreria in cui radunare, miniaturizzate, tutte le sue Gallerie, già così dense di una pulviscolare proliferazione di vedute di ogni genere. Così non fu, e dobbiamo dunque accontentarci di ammirare a bocca aperta, tentando di riconoscerne i più minuti tasselli, quelle sue geniali “vedute di vedute”, così care a facoltosi porporati e a doviziosi viaggiatori del Grand Tour.

Felicitata da papi sempre meno potenti – ma più degni – fra cui quel Benedetto XIV mordace, arguto, sarcastico e di mente aperta, tanto da essere paragonato al fiero anticlericale Voltaire, con il quale peraltro corrispondeva – la Roma del Settecento era ancora la capitale dell’arte europea e, soprattutto, la Mecca del commercio antiquario. La mania del collezionismo archeologico pervadeva pontefici e cardinali, che facevano scavare fra i ruderi di cui erano costellate la città e la campagna per rastrellare statue, bassorilievi e frammenti d’ogni genere a beneficio delle loro gallerie; e i ricchi stranieri in visita, ai quali si faceva scoprire, in un sito di scavi o nella bottega di un mercante, qualche oggetto classico, vero o fasullo, da riportarsi a casa come souvenir de Rome.
Le anticaglie erano diventate la voce più cospicua nelle esportazioni della Città Eterna, divenuta un unico gigantesco laboratorio artigianale dove si restauravano e abbellivano reperti autentici e si perpetravano abilissime contraffazioni. E fioriva, accanto a questo mercato, quello complementare e parallelo delle vedute, reali e immaginarie, dell’Urbe antica e moderna: dipinti destinati anch’essi per lo più agli illustri visitatori del Grand Tour, raffiguranti i monumenti romani quali essi erano, nell’incanto preromantico del loro abbandono, o radunati e ambientati in un montaggio di fantasia che prese il nome di Capriccio.

Eccelse fra gli altri, in questa particolare produzione, Giovanni Paolo Panini. Era nato a Piacenza, nel ducato farnesiano, nel 1691. Colà aveva studiato in seminario e si era formato come pittore, probabilmente presso il belga De Longe per la figura, e sulle opere di Francesco e Ferdinando Bibiena e dei loro seguaci per la quadratura. Poi, nel 1711, si trasferì a Roma, dove fu a bottega da Benedetto Luti; e ben presto “acquistò grido” – come scriveva l’Orlandi nell’Abecedario pittorico del 1719 – quale “giovine spiritoso, che si diletta di dipignere con amenità di colore sulla maniera del Ghisolfi vaghe prospettive, ricche di graziose figurine, le quali si muovono in belle attitudini disposte, che molto piacciono”. Si legò alla vivacissima colonia francese di Roma; nel 1724 sposò in seconde nozze Caterina Gosset, cognata del futuro direttore dell’Accademia di Francia Nicolas Vleughels; e all’Accademia fu aggregato nel 1732 come insegnante di prospettiva; formò, tra gli altri, Hubert Robert. Molte opere eseguì per gli ambasciatori di Francia e per le corti borboniche di Spagna e di Napoli; fra queste spiccano le “quadrerie” con le Vedute di Roma antica e le Vedute di Roma moderna. La prima coppia di dipinti era stata eseguita per il duca di Choiseul, ambasciatore di Francia a Roma. Doveva averlo entusiasmato, visto che se la fece subito replicare, facendosi ritrarre al centro della galleria in veste di orgoglioso collezionista. Entusiasmo cui partecipiamo volentieri anche noi, di fronte a questa seconda coppia di varianti, oggi al Metropolitan Museum di New York, dove un fiero Choiseul imparruccato e decorato sembra ostentare il suo orgoglio di possedere tale magnifica quadreria immaginaria; mentre l’artista, presente anch’esso, ora intento a dare l’ultimissima pennellata a un dipinto, ora in abito di gala a fianco del committente, pare compiaciutissimo di tanto exploit. Su richiesta di Monsignor Claude- François Rogier de Beaufort- Montboissier, abate de Canillac, già ambasciatore del re di Francia presso Benedetto XIV, nel 1759 Panini dipinse un’altra coppia di Vedute di Roma, la terza eseguita in meno di quattro anni. Simili ma non identiche, oggi queste ultime si possono ammirare nelle collezioni del Louvre (le due versioni si trovano, quella di Roma antica, alla Staatsgalerie di Stoccarda e quella di Roma moderna, al Museum of Fine Arts di Boston).

E in realtà tutte queste tele, con i loro plurimi quadri nel quadro, sono una sorta di manifesto del Paninesimo: un campionario di ciò che Panini dipinse e avrebbe potuto dipingere, un catalogo di opere possibili sciorinato innanzi alla clientela da cui si aspettano ordinazioni; basta che l’acquirente punti un dito e dica: Voglio un Pantheon, un Colosseo, una Fontana di Trevi, e il Panini è già lì pronto con il pennello in pugno. Con queste sue Vedute Panini inventa, con alcuni secoli di anticipo, quello che i pubblicitari di oggi chiamano testimonial: come Catherine Deneuve scende da un’auto per suscitare nello spettatore la voglia di acquistarla, così il duca di Choiseul e l’abate di Canillac ci dicono: guardate che quadreria potreste farvi se vi affidaste al nostro pittore. Il quale realizza qui, per metafora, anche il sogno segreto di ogni artista: avere un museo tutto per sé, una galleria personale fatta solo di opere sue, con l’unica intrusione di qualche ben selezionata statua altrui; cosette sceltissime come il Mosè di Michelangelo o il Laocoonte, da non sfigurare in tale contesto pittorico. Il duca e l’abate sognano di aver raccolto quell’impossibile collezione, sogna il pittore di avergliela realizzata; i diversi sogni si confondono in un unico miraggio che è l’irraggiungibile aspirazione di tutti i collezionisti, quella di racchiudere il mondo in una stanza.


Gianni Guadalupi
Gianni Guadalupi fu un collaboratore prezioso della prima FMR e della nostra casa editrice. La grazia, la leggerezza, l’amore per gli aneddoti e le bizzarrie rendono piacevole e spesso irresistibile la sua vasta e, ahimè, dispersa opera di poligrafo. Quello che recuperiamo qui, in margine allo scritto di Orhan Pamuk, è appena un appunto biografico sul Panini e sul “paninismo”. Lo pubblichiamo nella speranza che l’ombra benigna del nostro amico si rallegri di riemergere nella nuova FMR e sia indulgente complice dei nostri sforzi.
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