Ed inoltre era stata una capace e devota collaboratrice, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, della rivoluzionaria storica dell’arte Palma Bucarelli che l’aveva avviata all’apprezzamento delle istanze più spinte dell’arte contemporanea. L’autoritratto a mezzobusto, conservato dal 1946 e fino ad allora nella Galleria degli Autoritratti agli Uffizi, era stato eseguito da una giovane pittrice francese, Elisabeth Chaplin (1890-1982), nata a Fontainebleau e stabilitasi con la famiglia sulle colline fiesolane. L’opera, dipinta dalla Chaplin appena quattordicenne, mostra dichiaratamente il superamento dei moduli impressionisti e palesa un linearismo morbido e delicato di matrice preraffaellita.
Elisabeth Chaplin discendeva da una famiglia colta e aristocratica, intellettuale e bizzarra. Il padre William, ingegnere e ufficiale dell’esercito, convinto dreyfusardo, era figlio del pittore Joshua Charles Chaplin (1825-1891), celebre ritrattista, ebreo d’origine inglese, stimato e apprezzato dall’aristocrazia francese per il suo stile che rievocava le dolcezze e le morbidezze di Greuze e di Boucher. William aveva un fratello, Arthur, anch’egli pittore. La madre, Marguerite de Bavier Chauffour, poetessa, scultrice, eccellente fotografa, cultrice dell’occultismo e amica degli artisti simbolisti tra i quali Maurice Denis, discendeva da una nobile e ricca famiglia alsaziana che annoverava tra i suoi antenati industriali, politici, militari. Ma tra i suoi ascendenti eccelleva una vera celebrità, Charlotte Buff-Kestner, la musa e amante platonica immortalata da Goethe nel Werther.
Dopo lo sconvolgimento dell'affaire Dreyfus e confermata la sua solidarietà a Zola, William decide di lasciare la Francia e l'esercito e di trasferirsi in Italia con la famiglia. Segue una serie di soggiorni e trasferimenti. Prima a Bagnasco in Piemonte, poi Laigueglia in Liguria. Durante una sosta a Firenze la famiglia resta incantata dalla bellezza della città e dal pittoresco paesaggio virgiliano dei dintorni.
In un colloquio con lo storico dell'arte Luciano Berti, curatore della donazione che Elisabeth aveva fatto allo Stato, apparso su “Paragone” N. 337 (marzo 1978), la pittrice, quasi novantenne, rievoca i suoi inizi:
“Cominciai a dipingere a dieci anni quando mi fu regalata una scatola di colori... C'era la natura nei dintorni, sebbene io m'interessassi allora, come pittrice, quasi esclusivamente alla figura umana. E c'era la gente del popolo, deliziosa... Io ne ammiravo tutti i gesti, avevano una grazia... Firenze mi dava semplicemente gioia. Dei vostri maestri, ho ammirato soprattutto Giotto e Donatello; Giotto resta insuperabile e Donatello mi piace più di quell'altro grandissimo dopo... ma io lo amo meno... Michelangelo... eppure gli preferisco Donatello... quel maestro grandissimo... anche scienziato... ma sì, quello che ha studiato tutto, anche il volo degli uccelli... ora mi sfugge il nome... Ecco! Leonardo....”
Nel racconto l'artista omette di ricordare Botticelli, pittore da lei molto amato e del quale aveva copiato la Madonna della melagrana degli Uffizi. Nella predilezione per la pittura di figura Elisabeth aveva un illustre camarade sebbene assai dissimile da lei: Henri Matisse. Il quale nel 1914 scriveva:
“Ciò che m'interessa di più non è né la natura morta, né il paesaggio, è la figura. È questa che mi permette meglio di esprimere il sentimento, quasi religioso, che ho della vita. [...] Quando vedo gli affreschi di Giotto a Padova, non m'interessa sapere quale sia la scena della vita di Cristo che ho davanti agli occhi, ma subito capisco il sentimento che ne emana, perché è nelle linee, nella composizione, nel colore.”
Elisabeth si mostra disinteressata alle novità delle Avanguardie e non è attratta dalla semplicità intellettuale delle invenzioni dei Macchiaioli e Post-macchiaioli, malgrado una breve frequentazione con Francesco Gioli e un fugace incontro con Giovanni Fattori.
Nel primo decennio del Novecento, Firenze e il suo circondario sono un fervido avamposto per la cultura e l'arte. Gabriele d'Annunzio alla Capponcina, Arnold Böcklin a Villa Bellagio, Max Klinger a Villa Romana, Bernard Berenson a Villa i Tatti attraggono letterati, artisti, studiosi e collezionisti da tutto il mondo. Nascono riviste di letteratura e d'arte - "La Voce", "Il Leonardo”, "Lacerba" eccetera -: la più longeva (che avrà vita fino al 1932) è "Il Marzocco", fondata e diretta da Angiolo e Adolfo Orvieto, che ha come collaboratori D'Annunzio e Pascoli.
Già a Villa Rossi Elisabeth esegue uno dei suoi dipinti più belli, il Ritratto di famiglia in esterno. È di grandi dimensioni, quasi una pala d’altare, dove la solidità plastica quasi cinquecentesca s’intreccia con linee morbide e flessuose di derivazione preraffaellita. Qui l’artista rivela la sua predilezione per opere in grande, quasi monumentali. Sullo sfondo è la sobria e brulicante campagna fiesolana. Nel quadro sono rappresentati la madre e i suoi figli. Al centro è Marguerite, dolcemente pensierosa, mentre Yvette con slancio affettuoso sorride e poggia il volto sulla spalla della madre; Nenette e Jean-Jacques si volgono corrucciati, mentre Elisabeth, secondo l’uso dei pittori che si autoritraggono, si mostra attenta e imperturbabile. Nel dipinto Ora di studio, realizzato a Villa Levi e mostrato nel 1911 a Roma all’Esposizione Internazionale di Valle Giulia, le figure dei due protagonisti poggiano su una diagonale che taglia in due parti l’ambiente luminoso: una luce di taglio accarezza i due ragazzi evidenziandone gli statici volumi e la posa seriosa.
Il quadro che ritrae Le tre sorelle, è anch’esso eseguito a Villa Levi. Le luci di taglio, quasi cinematografiche, trasmettono uno stato d’inquietudine; le sembianze delle ragazze quasi spettralmente emergono dal fondo buio accrescendo l’ansietà e il turbamento. Poco dopo Yvette abbandonerà la casa e la famiglia e con il suo innamorato si stabilirà in Danimarca.
Nel 1910, sempre a Villa Levi, dipinge un elegante Autoritratto vicino alla finestra. Un abile esercizio luministico e un accurato studio compositivo dove i piani s’incrociano e s’incastrano in composte geometrie. Il disegno sommesso e quasi impercettibile ritaglia la figura sobriamente abbigliata secondo morbide scalature di grigio. La posa è civettuola con l’esibizione marcata degli emblemi della sua identità. Il campanile sul fondo che taglia il paesaggio ha il sapore di una sintetica visione quasi trecentesca. Il Ritratto di Ida in fondo alle scale, ancora del 1910, mostra il suo debito verso la pittura francese dell’Ottocento nel deciso impianto architettonico, nella spavalda apparizione della ritrattata e nella tonalità cupa dell’abito che rammenta il nero à la Daumier. Il Ritratto di famiglia in interno (1910) è l’ultima opera eseguita a Villa Levi. Richiama i ritratti di gruppo e di famiglia espressi frequentemente dalla pittura olandese del Seicento.
Negli anni tra il 1906 e il 1916, prosegue la sua attività di sensibile ritrattista ricercata da una esigente e privata clientela non solo fiorentina. Ma soprattutto realizza alcuni notevoli capolavori come lo straordinario Autoritratto con lo scialle rosso del 1912 di stretta osservanza Nabis: per la bidimensionalità appresa dalle stampe giapponesi, la sintesi del disegno e della visione, la materia cromatica stesa à-plat, la luce generata dal colore. Altre opere di rilievo sono: La lettura (delicata relazione tra Nenette e la madre), acquistata dal Comune di Firenze per l’allora Regia Galleria d’Arte Moderna, e la memorabile Nenette col violino del 1914, esposta alla Biennale di Venezia e acquistata dallo Stato per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
La guerra determina il trasferimento della famiglia a Roma. Nella capitale per la compagine Chaplin, ormai tutta femminile salvo Pico, l’usignolo avuto in dono alla partenza dal Treppiede, c’è l’ausilio dell’Ambasciata e per Elisabeth l’entratura nel mondo artistico francese di Villa Medici, di cui conosce il direttore Albert Besnard (1849-1934), pittore e incisore, che l’apprezza, la consiglia e la indirizza a collezionisti, e la sollecita ad andare a Parigi, tappa d’obbligo per ogni artista o aspirante tale. Di lui la pittrice ricorda con ironia: “Mi disse: Ah, combien vous êtes intelligente… Vous n’avez fait rien de tous les conseilles que je vous ai donné!”. La famiglia va ad abitare in Via Gregoriana 38, ma trascorrono l’estate a Cave, nella campagna romana, dove hanno ricostituito una sorta di Treppiede in miniatura. In questo periodo Marguerite, non si sa quanto convintamente, abbraccia la fede cattolica.
Nel frattempo si sta delineando una nuova corrente artistica nella pittura. Ne faranno parte Giorgio de Chirico, Carrà, Morandi e Savinio. E sarà chiamata Pittura Metafisica.
Negli anni 1916-1922 Elisabeth elabora una ventina di quadri, alcuni davvero importanti. Modello per queste composizioni è il solito clan Chaplin. Con Nenette e Ida in prima fila, affiancate dal cane Trotti, dal gatto di casa Bucchi e da Pico, l’usignolo che fischia a tutti ma che canta solo per Elisabeth, come lei stessa racconta, fra gli altri, a Luciano Berti.
In questi anni lo stile dell’artista si modifica e si accresce. Il segno si fa più forte e incisivo, la tavolozza si schiarisce, le luci divengono più calde e decise, la spazialità si riduce, la pittura è screziata. Un senso più decorativo investe le figure e le cose, come si può avvertire nelle tele Nenette con la gabbia di Pico, Nenette sulla panchina e Nenette e Ida in giardino. Tutte opere create negli anni 1917-1918. Nello splendido Nenette e Trotti, anch’esso del 1917 e ora in collezione londinese, la frontalità delle figure ripropone un impianto manettiano, mentre le zone cromatiche distese a larghe campiture rimandano a esiti Nabis. Nel 1920 su interessamento di Albert Besnard espone a Parigi, al Salon Nationale, dove sarà invitata fino al 1951.
Vittorio Pica, informato del suo successo parigino, la invita a partecipare alla Biennale di Venezia, dove esporrà fino al 1928. A Venezia l’artista invia alcune considerevoli opere: Nenette con la gabbia di Pico, L’Age d’Or e Il gregge.
Al Salon d’Automne del 1921 espone un delicatissimo autoritratto: l’Autoritratto in rosa, ispirato alla viva e intensa sensibilità cromatica di Félix Vallotton, mentre il disegno profilato e nitido e l’arabesco del vestito – quasi una scrittura geroglifica – evocano il gusto spinto per la decorazione di Maurice Dénis. Il fondo con i ruderi imprime all’intera scena un’intima enigmaticità.
Nel 1921 Elisabeth muta stile e soggetti. Forse opportunamente Giovanni Papini diceva in quegli anni che “il genio ha il diritto di contraddirsi da un giorno all’altro”. Per i soggetti attinge dalla Bibbia, dalla storia, dalla letteratura greco-antica e dalla mitologia mediterranea; la cifra disegnativa e pittorica presenta delle incursioni nella sensualità dell’arte manierista e barocca. Con questi nuovi argomenti i personaggi mitologici sono sempre rappresentati nudi come li conosciamo dalla scultura antica. Il colore è fiammeggiante e rutilanti sono gl’inverosimili accumuli sovrapposti di animali, fiori e frutta che circondano le figure.
André Gide, che ha fatto la conoscenza di Elisabeth nel 1921 trovandola al lavoro sulla tela Daphnis et Chloé un giorno in cui si è recato in Via Gregoriana per incontrare Marguerite, ha l’occasione di ammirare di nuovo l’opera esposta al Salon Nationale di Parigi del 1922.
L’anno successivo, Elisabeth invia al Salon un importante numero di opere che illustrano le sue nuove tematiche, e sono: Adamo ed Eva, Demetra e Persefone, San Francesco, Donne che colgono l’uva, Pastorelle. La nuova fisionomia artistica di Elisabeth piace. Arsène Alexandre chiosa: “Mademoiselle Chaplin possiede o ha conquistato la qualità più rara di questi tempi: una vera personalità. La sua pittura è luminosa senza clamore, senza pesantezza. Il suo disegno tende al grande e la sua interpretazione del mito risente di non so quale ascetico paganesimo. Decisamente Mademoiselle Chaplin è qualcuno”.
André Gide, visitata l’esposizione, scrive un’appassionata lettera all’artista.
“Mademoiselle, il faut bien que je vous dise que j’ai été émerveillé par vos toiles. Tout droit j’ai piqué dessus, et, bien que je n’en connaisse encore qu’une, ce sont les autres que j’ai reconnues tout d’abord: oui, de loin déjà, j’ai compris, senti, qu’elles ne pouvaient être que de vous. J’aime chacune, et plus que je ne pourrais vous dire; on y respire une sensualité large et profonde, une plénitude, une aisance, et cette sorte de gravité souriante qu’ont les œuvres qui se disposent à durer. Ah, que je suis heureux de vous connaître! Ah, que je voudrais vous connaître mieux! Ne m’oubliez pas trop, s’il vous plaît, et veuillez présenter mes hommages à votre mère. Je suis bien attentivement votre, André Gide”.
Nelle opere di questo periodo si rileva una discontinuità stilistica, malgrado l’apprezzamento di André Gide e le illustri committenze giunte alla Chaplin, come l’incarico da parte del celebre pianista Alfred Cortot di realizzare per la sua sala da pranzo un’opera di questa tipologia.
Nel gelido gennaio del 1924 Pico, l’alter-ego di Elisabeth, moriva. Informato tra i primi, Gide le scrisse partecipando al suo dolore alcune righe affettuose e commosse.
“Chère Mademoiselle, je me souviens de mon chagrin d’enfant lorque mourut le petit rossignol que j’élevais; mais il n’avait été mon compagnon qu’un mois… J’imagine votre tristesse et vous remercie de pressentir ma sympathie. Vous souvient-il de m’avoir donné le portrait de Pico?”
Anche Angiolo Orvieto compose alcuni versi in memoria del piccolo usignolo. Nel 1925, l’anno dell’Exposition des Arts Décoratifs, invia al Salon un’opera intitolata Il risveglio della Terra, dove Zefiro e Flora emergono secondo uno schema quattrocentesco allacciati come in un pas de deux nel sereno paesaggio agreste mentre figure allegoriche atteggiate in pose di gusto manierista animano e completano la scena. Nella ricerca del “bello” risulta altalenante: passa dalla visione arcadica e bucolica di Daphnis et Chloé (1921) a un erotismo procace in Demetra e Persefone per raggiungere la sensualità più frenata in opere come il Nu couché. L’enfant prodige comincia a dare segni di stanchezza.
Nel 1927 l’Ordine degli Assunzionisti le commissiona per la chiesa di Notre- Dame du Salut, situata vicino al Grand Palais, due grandi pannelli con i soggetti dell’Annunciazione e della Natività (oggi dispersi a seguito della demolizione della chiesa avvenuta nel 1983). Elisabeth presenta il ciclo al Salon, dove viene accolto favorevolmente.
Al Salon del 1927 le viene assegnato il Premio Puvis de Chavannes per il ciclo di pitture commissionate da Alfred Cortot. Sono tre allegorie (Jeunesse, Vendange, Musique), quasi un excursus nella pittura barocca. Assieme al Trittico Cortot espone Baigneuses (acquistato dallo Stato per il Museo di Luxembourg e oggi al Musée de Beaux-Arts di Le Havre). Espone anche il Nu couché, col quale Nenette termina la sua carriera di modella. Opera, quest’ultima, derivante dalla sensuale morbidezza di Jean-Jacques Henner d’ispirazione post-ingresiana, e conservato al Musée d’Art Moderne di Parigi.
Nel 1927 giunge al Treppiede Robert, figlio di Jean-Jacques, bellissimo ma malato di distrofia muscolare, arrivo visto come una benedizione divina anche perché il ragazzo dimostra di aver ereditato il gene artistico dei familiari e degli antenati. Giunto con l’idea di stare pochi giorni, si tratterrà fino al 1937, anno della sua morte. Bella prova artistica di Elisabeth in questo periodo, composta e qualitativamente alta, è costituita dai Ragazzi sull’Arno del 1930-1932, una riflessione sulle “nudità eroiche” di Signorelli e di Antonio Pollaiolo. Il 1937 è un anno terribile per la famiglia Chaplin. Oltre a Robert, muore William; l’anno dopo sono uccisi gli amici Carlo e Nello Rosselli. Dopo questi lutti non riesce a gioire per l’assegnazione l’anno dopo della Legione d’Onore. Scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Elisabeth e la madre sono arrestate. Elisabeth si presenta al momento dell’arresto, prima del trasferimento al carcere di Santa Verdiana, elegantissima in guanti e con un teatrale ombrellino bianco: così il pittore francese Fernand Riblet (1873-1944) descrisse l’episodio alla figlia Angela France Bargagli Petrucci che me lo ha poi raccontato.
Negli anni dopo la guerra, Elisabeth effettua molti viaggi in Europa e si reca in Inghilterra per far visita a Nenette il cui matrimonio si sta frantumando. Nel decennio 1950-1960 esponenti della nobiltà e della borghesia fiorentina le richiedono ritratti di loro stessi e dei loro rampolli.
Molte mostre antologiche le vengono dedicate a Firenze: a Palazzo Strozzi (1946), alla Società Leonardo da Vinci (1947), all’Accademia delle Arti e del Disegno (1956), al Lyceum (1960), all’Istituto Francese (1965), presso la Galleria Michelucci (1972).
Nel 1967 muore la madre Marguerite e nel 1971 l’amatissima Ida Capecchi. Con orgogliosa volontà l’artista continua a dipingere nonostante la dolorosa artrite alle mani. Le cose al Treppiede testimoniano della sua vita artistica e sentimentale. Non ci sono più le persone amate, ma ci sono le colombe, figlie di quelle che c’erano un tempo, c’è anche la viottola, il mandorlo e la mazza di San Giuseppe, i fiori, gli alberi. In questo accumulo di ricordi e di rimpianti continua a dipingere fino al colpo di scena del 1974, quando decide di donare a Firenze la collezione di opere sue e dei suoi familiari. Un gesto di gratitudine per la città che l’ha accolta e rivelata. Il giorno del trasferimento delle opere a Palazzo Pitti (nel 1979), funzionari della Sovrintendenza, storici dell’arte importanti e meno importanti, amministratori pubblici, e curiosi accorrono per presenziare all’evento. La Chaplin ringrazia e saluta tutti, e chiede di poter stringere la mano al trasportatore delle opere: secondo lei – con un’ironia tutta francese – è lui il più importante della compagnia. Nel 1983 un’ampia rassegna di sue opere, curata da Giuliano Serafini, e con i contributi di Luciano Berti e di Ettore Spalletti, è allestita a Firenze, nella Sala d’Armi di Palazzo Vecchio.
Cristina Nuzzi
Tutti i quadri riprodotti nell’articolo sono di Elisabeth Chaplin (1890-1982).