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Un Dedalo messicano

Javier Marín. Cuerpo Presente
Giorgio Antei

JAVIER MARÍN. CUERPO PRESENTE

Giorgio Antei

“No quiero que le tapen la cara con pañuelos / para que se acostumbre con la muerte que lleva. / Vete Ignacio: No sientas el caliente bramido. / Duerme, vuela, reposa: ¡También se muere el mar!” È la quartina conclusiva di Cuerpo presente, accorati versi che García Lorca scrisse per la morte dell’amico Ignacio Sánchez Mejías. Contemplando le sculture di Javier Marín, il ricordo di quei versi si fonde con quello del grido della violenza dell’uomo sull’uomo, delle membra straziate degli indigeni americani, delle loro donne violate, delle loro civiltà sopraffatte. Opera di un Dedalo messicano, residui di Titanomachie oniriche e di ribellioni angeliche, scomposte e slabbrate ma anche nobili e vigorose, le figure di Marín rispecchiano i traumi di una civiltà come quella ispano-messicana, che ebbe per origine non una Fondazione ma una Distruzione.