La più curiosa Wunderkammer è la bottiglia di vino

Ella Capaldo
Pietro Mercogliano

LA PIÙ CURIOSA WUNDERKAMMER È LA BOTTIGLIA DI VINO

Ella Capaldo, Pietro Mercogliano

Chiusi negli armadi e nelle vetrine della Wunderkammer, i tesori del mondo sussurrano di un tempo passato, quando il corno del narvalo, ora sapientemente incastonato in una pisside rinascimentale, solcava le gelide onde dei mari del nord, quando il corallo, ora ramificata corona di un ostensorio di lapislazzuli e smalto, stendeva le sue braccia dai fondali dei mari del sud, quando lo scrigno delle agate e delle malachiti era la dura terra, quando le teche dei ventagli d’avorio erano le mani d’avorio di una matrona. Ora tutti sono confluiti qui: nelle sale di un collezionista curioso che ambisce a raccogliere e collezionare il mondo intero, o perlomeno tutto ciò che del mondo lo incuriosisce; il cabinet de curiosités non è altro che questo: un catalogo del mondo, e soprattutto delle sue bizzarrie. Questi oggetti strani riuniti in una stanza (o in una serie di stanze) sono preziosi in virtù dell’ambiente che li ha generati: una certa armatura istoriata perché apparteneva all’imperatore Massimiliano, un certo fucile cesellato perché fu imbracciato da Rodolfo, un certo orologio perché fu donato a Napoleone, un certo tripode perché fu commissionato da Alessandro; e i nautili perché percorrevano i mari, e i legni bruciati perché il fulmine che li annerì è più antico delle ville palladiane. Il potere di un oggetto di rimandare a una storia è ciò che lo fa unico, e forse anche ciò che lo fa bello; certo è ciò che lo fa curioso.

La più curiosa delle Wunderkammer è la bottiglia di vino: quando la si stappa e se ne versa il contenuto nel calice, il turbine dei profumi rimanda ad ambienti e anni lontani, a una pioggia d’inizio luglio, a una gelata d’aprile, a un vento che soffiava sulle vigne dal mare, al gesso o all’argilla del terreno, alla ghiaia e ai ciottoli, e alla storia di quei minerali, che millenni prima giacevano sommersi dalla superficie marina, e anche alla storia di chi su quei terreni ha vissuto e costruito, delle cantine scavate nel tufo, delle foreste della Slavonia o di Allier o delle Americhe dove son cresciute le doghe delle botti. Un collezionista curioso può danzare fra gli scaffali della sua cantina come fra quelli di una camera di meraviglie, stappare una bottiglia come si schiuderebbe una vetrina, contemplare arcane lontananze negli archetti delle gocce di un vino come si farebbe nei misteriosi intrichi di una pietra paesina. Per dirla con una quartina di Ennio Flaiano:

La conchiglia fossile della collina
ha confusi ricordi del Pliocene,
pure manda all’orecchio la voce vicina
del mare e il canto delle sirene. 

Anche un’organizzazione, un’azienda può raccontarsi così, facendo tesoro di quel mosaico di esperienze, contaminazioni, relazioni, prodotti costruito nel tempo e abbracciando la complessità di un animo poliedrico. E il caso di Feudi di San Gregorio, azienda vitivicola nata nel 1986 in Irpinia. Fin dai primi passi, Feudi di San Gregorio ha scelto di raccontare l’Irpinia, cuore verde della Campania, attraverso i suoi vitigni autoctoni – Greco, Fiano, Aglianico – con la convinzione che la curiosità sia la chiave per trasformare radici profonde in futuro. Lo ha fatto quindi esplorando strade nuove, combinando la ricerca della qualità, la sperimentazione e lo studio quasi maniacale del mosaico della viticoltura e dei suoli di questo territorio con l’apertura alla contaminazione artistica, che si tratti di design, di architettura o di arte contemporanea. Per percorrere queste strade, ha collaborato con menti straordinarie e a loro volta straordinariamente curiose, che hanno dato forma a questa tensione verso la costruzione di un vino che non sia solo un prodotto, ma un vero e proprio linguaggio universale improntato alla bellezza che attraversa spazio e tempo. La cantina – così come l’azienda nel suo complesso – diventa un poliedrico cabinet de curiosités che meraviglia: i racconti visivi dei suoli e delle piante si fondono con il racconto fotografico di Mimmo Jodice e le altre opere d’arte contemporanea. La geniale intuizione del maestro Massimo Vignelli – che ha disegnato le etichette riprendendo i mosaici dell’epoca di Gregorio Magno che già possedeva vigneti in queste zone e dà il nome all’azienda – fa da apripista, insieme ai madrigali composti da Carlo Gesualdo, alla discesa verso i suggestivi spazi di vinificazione e affinamento.
Al centro di tutto, i vini, figli di vitigni millenari, testimonianza viva della fusione fra natura e creatività dell’uomo.

Oggi lo spirito curioso di Feudi di San Gregorio fa rotta su Pompei, con il compito, in partenariato con il Parco Archeologico, di creare un’azienda vitivinicola unica al mondo; i vigneti all’interno delle domus sono già visitabili e raccontano di Pompei come punto di incontro fra la viticoltura greca e quella etrusca. Nel corso del prossimo biennio, nella zona di Villa San Marco, vicino ad un altro vigneto estremamente suggestivo, sorgerà una cantina per effettuare tutte le fasi di trasformazione, utilizzando contenitori antichi, come le anfore. Un laboratorio di ricerca di archeologia antropica e botanica senza precedenti e senza pari; ma anche un racconto storico che si arricchisce di curiosità, facendo rivivere Pompei come centro produttivo di vini estremamente pregiati, come ai tempi dei Romani. E che dà al vino il posto centrale che merita nella civiltà mediterranea.

“Il Parco archeologico fin dagli anni Novanta si è occupato, attraverso gli studi di botanica condotti dal Laboratorio di ricerche applicate interno, di analizzare i vigneti dell’antica Pompei, per indagarne le caratteristiche storico scientifiche, le tecniche di viticoltura e dunque le abitudini alimentari. Da allora sono state attuate azioni di valorizzazione dei vigneti, quale modo per raccontare e far conoscere la città antica sotto aspetti diversi. – commenta il Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – Oggi il Parco sta investendo in una più ampia forma di valorizzazione nonché di tutela del patrimonio naturale, del paesaggio e dell’ambiente che sono elementi integranti dell’area archeologica. L’azienda vitivinicola fa parte di un più ampio progetto di azienda archeo agricola che sta interessando anche altre attività, quali ad esempio la valorizzazione e coltivazione degli ulivi, i progetti di agricoltura sociale nell’ambito della ‘fattoria sociale e culturale’. E la strada vincente per raggiungere importanti risultati per tutto il territorio circostante è a nostro parere il coinvolgimento di privati con competenze specifiche, quali partner attivi dei progetti.”

Maggiori dettagli su www.feudi.com